Introduzione
Il Carnevale in Sardegna, noto con il nome di Su Carrasegare, non è una semplice festa stagionale né un evento di intrattenimento collettivo. È, piuttosto, una sospensione rituale dell’ordine ordinario, un rito simbolico complesso attraverso il quale le comunità rinnovano il proprio patto con il tempo, con la terra e con ciò che sta oltre l’umano. In Sardegna il Carnevale non nasce per essere guardato: nasce per essere attraversato, vissuto, sopportato.
A differenza di molte manifestazioni carnevalesche europee, qui non domina la parodia né l’eccesso caricaturale. Domina il peso: dei campanacci, delle pelli, del silenzio, della memoria. Il corpo non si libera, si carica, questo trasforma la danza in una vera prova fisica, quasi un’espiazione. La maschera non nasconde, ma sottrae l’individuo per restituire una funzione collettiva. In questo senso, Mamoiada e Ottana rappresentano due poli fondamentali di una stessa cosmologia rituale: l’una fondata sul ritmo e sulla compostezza, l’altra sul conflitto e sulla tensione.
Origini arcaiche di Su Carrasegare
L’inizio del Carnevale sardo coincide con un atto primordiale: l’accensione del fuoco. Il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate, i grandi falò vengono accesi in numerosi paesi dell’isola. Questo gesto, apparentemente cristiano, conserva una stratificazione simbolica molto più antica. Il fuoco non è solo luce e calore: è soglia, trasformazione, rigenerazione. È l’elemento che permette il passaggio da un ciclo all’altro.
La figura di Sant’Antonio, eremita del deserto e custode del fuoco, si sovrappone a culti pre-cristiani legati alla protezione del bestiame, alla fertilità della terra e al controllo delle forze caotiche dell’inverno. Con il fuoco si risveglia la comunità, si richiama l’energia vitale sopita, si autorizza simbolicamente l’irruzione del disordine rituale.
Su Carrasegare si colloca dunque in una zona liminale dell’anno: non è ancora primavera, ma l’inverno viene messo in discussione. È un tempo di passaggio, in cui sacro e profano non sono opposti, ma intrecciati. La presenza simultanea di riti solenni, maschere inquietanti, vino condiviso e violenza simbolica indica una struttura complessa, che affonda le radici nei grandi cicli rituali del Mediterraneo antico.
Carnevale, caos e rinnovamento
Il Carnevale sardo conserva una funzione di rinnovamento simbolico. Il caos non distrugge l’ordine: lo rigenera. Per un tempo limitato, la comunità accetta di esporsi al disordine rituale affinché, una volta concluso il ciclo, l’ordine possa riemergere rafforzato. È in questa dinamica che si colloca la potenza delle maschere barbaricine, lontane da ogni intento decorativo o folklorico.
Il calendario rituale
Su Carrasegare si apre con il fuoco e si chiude con la morte simbolica. Dopo il 17 gennaio, le maschere compaiono progressivamente nello spazio pubblico, seguendo un calendario non sempre rigidamente codificato, ma profondamente interiorizzato dalla comunità. Il culmine viene raggiunto nelle giornate della domenica e del martedì grasso.
Il Martedì grasso rappresenta il momento di massima intensità e, al tempo stesso, di conclusione. La favata collettiva, cibo povero e arcaico, suggella la comunione tra i partecipanti. L’arrivo del fantoccio di Juvanne Martis Sero, destinato alla distruzione, incarna la fine del tempo carnevalesco. Tuttavia, la vera chiusura avviene con la pentolaccia, spesso già in piena Quaresima, a testimonianza della frizione irrisolta tra calendario liturgico e tempo rituale.
Il Carnevale non si spegne bruscamente: si dissolve, lasciando dietro di sé un senso di vuoto e di rinnovamento.
Mamoiada: il ritmo del mondo
Il Carnevale di Mamoiada è uno dei sistemi rituali più coerenti e stratificati dell’intera Sardegna. Le sue maschere principali, i Mamuthones e gli Issohadores, non rappresentano personaggi nel senso teatrale del termine, ma funzioni simboliche.
I Mamuthones indossano pelli scure di pecora, una maschera lignea nera dai tratti volutamente rozzi e portano sulla schiena una serie di campanacci dal peso considerevole. Il loro passo è lento, cadenzato, sincronizzato. Ogni movimento è misurato, ogni oscillazione del corpo produce un suono profondo e arcaico. Il ritmo non è musicale: è cosmico. È il battito di una forza impersonale che attraversa i corpi.
Gli Issohadores, vestiti con corpetto rosso, pantaloni bianchi e maschera chiara, accompagnano e guidano i Mamuthones. Il loro ruolo è quello del controllo. Rappresentano l’elemento umano/razionale che scorta l’elemento animale/ancestrale. Con il laccio catturano simbolicamente i presenti, un gesto che in origine era rivolto ai proprietari terrieri come augurio di prosperità, e che oggi conserva la stessa funzione propiziatoria.
La piazza di Mamoiada diventa, durante il Carnevale, uno spazio sospeso. Il silenzio della folla amplifica il suono dei campanacci, creando un’atmosfera di intensa concentrazione collettiva.
Il vino, offerto e condiviso, non è elemento accessorio. È parte integrante del rito. Bere significa partecipare, entrare nel tempo del Carnevale, accettare la sospensione dell’ordine ordinario. In questa condivisione si ritrovano echi lontani delle feste dionisiache, dove l’ebbrezza era strumento di comunione e non di evasione.
Mamoiada: ordine, caos e silenzio rituale
Nel sistema rituale di Mamoiada il Carnevale non è mai rumoroso nel senso moderno del termine. Non vi è confusione, né improvvisazione. Ogni gesto è misurato, ogni ruolo è definito, ogni deviazione dall’ordine implicito del rito è immediatamente percepibile, dalla “vestizione” alla “sfilata”. Questo non riduce la forza del Carnevale, la amplifica.
Il passo dei Mamuthones, lento e sincronizzato, costruisce uno spazio sonoro che avvolge la comunità. Il suono dei campanacci non accompagna il movimento, lo genera. Il corpo del singolo scompare dietro la maschera e il peso delle pelli; ciò che resta è una funzione collettiva, impersonale, quasi necessaria. Il volto umano viene negato per permettere l’emergere di una forza arcaica che non appartiene a nessuno, ma che attraversa tutti.
Gli Issohadores rappresentano il principio complementare. Dove i Mamuthones incarnano il peso, la continuità e la ripetizione, gli Issohadores introducono il gesto, l’interruzione, il contatto. Il lancio del laccio non è un atto di violenza, ma di selezione simbolica. Catturare significa includere, legare temporaneamente l’individuo al destino collettivo. Il fatto che in passato fossero i proprietari terrieri a essere catturati non è casuale: il rito riequilibrava simbolicamente il rapporto tra possesso, terra e comunità.
Durante il passaggio delle maschere la piazza si immobilizza, le conversazioni cessano, si ascolta il rito. Questo arresto improvviso della vita ordinaria è uno degli aspetti più rivelatori del Carnevale di Mamoiada. La comunità accetta di sospendere se stessa per lasciare spazio al rito. In quel momento il tempo non scorre: pulsa.
Il Carnevale di Mamoiada non rappresenta una ribellione all’ordine, ma il suo rinnovamento attraverso l’attraversamento del caos. Una volta concluso il ciclo, l’ordine ritorna, ma non identico a prima: è stato simbolicamente rifondato.
Ottana: conflitto, dominio e destino
Se Mamoiada costruisce il proprio Carnevale sulla compostezza e sul ritmo, Ottana lo fonda sul conflitto. Qui il dramma rituale è esplicito, fisico, violento nella forma ma profondamente simbolico nella sostanza. Le maschere dei Boes e dei Merdules mettono in scena una lotta che non è mai definitivamente risolta: quella tra istinto animale e controllo umano.
I Boes indossano maschere lignee che riproducono le fattezze del bue. Il legno, spesso pero selvatico, viene inciso e decorato con simboli arcaici, tra cui il cosiddetto fiore della vita, emblema di prosperità e continuità. Le pelli bianche e il peso dei campanacci, portati a tracolla, trasformano il corpo umano in una creatura ibrida, metà uomo e metà animale. Il suono dei campanacci è irregolare, dissonante, caotico.
I Merdules, i guardiani dei buoi, rappresentano il principio del dominio. La loro maschera nera raffigura un volto umano deformato, invecchiato, grottesco. Essi non sono eroi né civilizzatori: sono figure ambigue, necessarie ma inquietanti. Con il bastone e la fune tentano di controllare i Boes, di richiamarli all’ordine, di imporre una direzione a una forza che per natura tende alla dispersione.
Il confronto tra Boes e Merdules non è una semplice rappresentazione teatrale. È un rito di esposizione del conflitto originario tra natura e cultura, tra impulso e norma. Le risse simulate, le cadute, le frustate rituali non mirano alla vittoria di una parte sull’altra. Il rito funziona proprio perché il conflitto resta aperto.
Accanto a queste figure si muove Sa Filonzana, unica maschera femminile del Carnevale sardo, incarnata da un uomo. Vecchia, zoppa, vestita di nero, Sa Filonzana fila la lana mentre osserva la scena. Il filo che scorre tra le sue dita è la vita stessa. Chi non le offre da bere rischia di vederlo reciso. In questa figura si condensano temi antichissimi: il destino, la morte, l’inevitabilità del tempo. La sua presenza ricorda che nessun conflitto, nessuna festa, nessun rovesciamento può sottrarsi alla legge finale.





Maschere, animali e cosmologia barbaricina
Mamoiada e Ottana non sono casi isolati, ma nodi di una rete rituale che attraversa la Barbagia e altre aree della Sardegna centrale. A Orotelli, i Thurpos avanzano curvi, con il volto annerito dalla fuliggine dei falò, figure cieche che incarnano la sottomissione e la fatica. A Fonni e in altri centri compaiono figure come S’Urtzu, creatura mostruosa con testa di ariete e corna imponenti, simbolo della forza selvaggia che deve essere contenuta ma non distrutta.
In alcune aree dell’Oristanese, come Samugheo e Ula Tirso, il Carnevale assume la forma di A Maimone, figura che, secondo alcuni, richiama una divinità proto-sarda legata alla pioggia, alla fertilità e al sacrificio. Qui il Carnevale si avvicina ancora di più a un vero e proprio rito agrario, in cui la maschera non rappresenta, ma agisce.
Queste maschere non vanno lette come varianti locali di un tema comune, ma come espressioni diverse di una stessa cosmologia. L’uomo, l’animale e il mostro non sono categorie separate: sono stati dell’essere, attraversabili nel tempo rituale.
Cibo, vino e comunità
Nel Carnevale sardo il cibo non è mai decorativo. La favata, i dolci tradizionali, il lardo e il vino sono elementi strutturali del rito. Si tratta di alimenti semplici, legati alla sussistenza e alla condivisione. Mangiare e bere insieme significa riconoscersi come parte della stessa comunità, riaffermare un’appartenenza che il Carnevale ha momentaneamente messo in discussione.
Il vino, in particolare, svolge una funzione centrale. Non è consumo individuale, ma offerta e scambio. Bere insieme equivale a entrare nello stesso tempo rituale. In questo gesto si riconosce una continuità profonda con le pratiche antiche, in cui l’ebbrezza era considerata una forma di contatto con il sacro, un varco verso una percezione altra della realtà.
Conclusione: il Carnevale come tempo fuori dal tempo
Anche se ultimamente il Carnevale Sardo sta diventando un attrazione per turisti, non è sopravvivenza folklorica né spettacolo identitario. È un sistema simbolico ancora attivo, capace di parlare al presente proprio perché radicato in una visione del mondo arcaica e potente. Attraverso il caos rituale, la maschera e il rovesciamento temporaneo dell’ordine, la comunità rinnova il proprio rapporto con il tempo, con la morte e con la terra.
Mamoiada e Ottana mostrano due modalità complementari di questo processo. L’una fonda il rinnovamento sulla ripetizione e sul silenzio, l’altra sul conflitto e sulla tensione. In entrambe, il Carnevale non promette liberazione definitiva, ma equilibrio temporaneo. Un equilibrio che deve essere periodicamente messo in discussione per poter esistere.
In questo senso, Su Carrasegare non appartiene al passato. È un presente ciclico, che ritorna ogni anno per ricordare che l’ordine non è mai dato una volta per tutte, ma nasce sempre dall’attraversamento consapevole del caos.
Per approfondire sulla Sardegna, vedi anche
- La Sartiglia di Oristano: Storia, Rito e Simboli
- Raimondo De Muro e i “Racconti della Nuraghelogia”
- I 9 principi delle Blue Zones: i luoghi della longevità
Glossario
- Su Carrasegare
Termine sardo che indica il Carnevale. - Tempo liminale
Fase di passaggio in cui le strutture sociali e simboliche vengono temporaneamente sospese. - Mamuthones
Maschere rituali di Mamoiada (Sardegna). Indossano pelli scure, maschere lignee nere e pesanti campanacci. - Issohadores
Figure complementari ai Mamuthones nel Carnevale di Mamoiada. - Caratza
Maschera lignea tradizionale. Nel caso dei Boes di Ottana assume le fattezze del bue; nei Merdules rappresenta un volto umano deformato. La caratza non è decorazione, ma strumento di trasformazione simbolica. - Boes
Maschere zoomorfe del Carnevale di Ottana. Incarnano l’istinto animale e la forza indomita della natura. - Merdules
Figure che tentano di controllare i Boes del Carnevale di Ottana. - Sa Filonzana
Maschera del destino nel Carnevale di Ottana. Figura anziana e inquietante che fila la lana. - S’Urzu
Creatura mascherata con testa di ariete o animale selvatico, presente in diversi Carnevali sardi. Rappresenta la forza primordiale che deve essere contenuta ma non eliminata. - A Maimone
Figura rituale arcaica diffusa in alcune aree della Sardegna centrale e occidentale. - Favata
Pasto collettivo a base di fave, consumato tradizionalmente nel Martedì grasso. - Juvanne Martis Sero
Fantoccio che incarna il tempo del Carnevale. La sua distruzione rituale segna la fine simbolica del periodo di caos e l’inizio di un nuovo ciclo.
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